Keynes o Marx? Sulle origini e i rimedi delle crisi

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Keynes o Marx? Sulle origini e i rimedi delle crisi
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    149 KEYNES O MARX? SULLE ORIGINI E I RIMEDI DELLE CRISI di Luca Michelini ∗   1.  Le recenti vicende dell’economia mondiale hanno dato un notevole impulso al dibattito sulle cause e i rimedi delle crisi e sono così ritornati di moda due classici autori come Marx e Keynes, nonché, talvolta, perfino le analisi dei loro esegeti e interpreti. D’altra parte, in un periodo storico in cui i salvataggi (di imprese, di banche, di Stati) sono tornati all’ordine del giorno dell’agenda dei paesi economicamente più avanzati, si tende a sovrapporre, nei modi i più diversi, i contributi di Marx e di Keynes, ora  per scongiurare, ora per argomentare, a seconda dei punti di vista (sem- plificando: liberista o antiliberista), le ragioni di un organico ritorno dell’intervento pubblico nell’economia. Sono questi alcuni dei motivi che hanno suggerito la stesura di questa breve nota, che si prefigge di rag-giungere tre obiettivi. Anzitutto ricordare come il contributo di Keynes sia riconducibile a un filone del pensiero socialista, il cui più celebre esponente è Proudhon, che è stato criticato a più riprese da Marx, sia sul piano teorico, che su quello propositivo. In secondo luogo, nel puntualizzare la distanza che separa l’analisi e la filosofia sociale di Keynes da quelle di Marx, non si possono tuttavia sottovalutare anche talune importanti convergenze che sussistono tra le analisi che i due autori propongono in merito alle srcini della crisi e alle concatenazioni sequenziali – di causa-effetto, a parità di determinate condizioni – che si stabiliscono tra gli andamenti dell’eco-nomia reale e quelli dell’economia monetaria e creditizia. Infine, sul piano  più propriamente propositivo l’invito è di fare finalmente tesoro, uscendo dalle secche di una cultura fortemente de-storicizzante, delle tormenta-   ∗  Facoltà di Economia, Università LUM di Bari, e-mail: michelini@lum.it. Studi Economici ,  n. 3 ,  2011 Copyright © FrancoAngeli N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.    150 tissime vicende del cosiddetto secolo breve, al fine di oltrepassare le stret-toie della mera disputa dottrinaria – Marx o Keynes? –, per proporre nuove concrete forme di transizione verso modi di produzione meno ingiusti, instabili e conflittuali di quello capitalistico. 2.  Il classico contributo di Dudley Dillard ha posto in luce, fin dal 1942, il legame che sussiste tra l’analisi economica e la filosofia sociale di Keynes e quelle di Proudhon (Dillard 1942). Come è noto, tra i due autori non esiste una filiazione intellettuale diretta: nelle opere di Keynes   non vi è infatti alcun riferimento a Proudhon; tuttavia, nella Teoria generale  l’autore non risparmia apprezzamenti per il pensiero di Gesell (Darity 1995), che si rifaceva esplicitamente all’analisi economica e al socialismo di Proudhon anche in aperta polemica con le posizioni di Marx, che del francese aveva criticato dottrine e prospettive di palingenesi sociale con la pubblicazione di  Miseria della filosofia . Keynes, del resto, costantemente impegnato a definire in termini “liberal-socialisti” la propria filosofia sociale (O’Donnel 1999), ha cercato di delineare gli elementi che lo accomunavano ad entrambe le tradizioni di pensiero (quella liberale e quella socialista) così distinguendosi dal filone marxista e dal pensiero di Marx, al quale del resto non risparmia le critiche.  Nelle pagine di Dillard emerge come sia per Proudhon che per Keynes la costruzione di una teoria monetaria  del tasso d’interesse ha diverse, importanti conseguenze: implica il riconoscimento che esso costituisce un ostacolo  all’investimento; implica il rifiuto  della teoria dell’astinenza; implica una teoria del valore che esclude  la produttività del capitale e quindi prefigura per l’avvenire una società più giusta dove, pur esistendo il mercato e la proprietà privata dei mezzi di produzione, tutti i redditi saranno redditi da lavoro (Keynes 1936, p. 355, 519, trad. it.) (Dillard tuttavia dimentica di ricordare che Keynes non esclude un compenso per il rischio e invoca una certa socializzazione degli investimenti); implica l’eutanasia del rentier, cioè la graduale scomparsa di tutte le figure sociali che ricevono una remunerazione dalla detenzione di un particolare mono- polio di scarsità, quale, p. es., appunto quello della moneta; implica l’idea del clearing   o comunque la realizzazione di riforme finanziarie concepite come strumento che, abolendo la moneta, impediscono  il manifestarsi delle crisi (Dillard 1942). 3.  Ammesse e non concesse tutte queste importanti convergenze esi-stenti tra il pensiero di Keynes e quello di Proudhon, non è difficile richia- Copyright © FrancoAngeli N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.    151 mare, per sommi capi anche vista l’enorme letteratura accumulatasi in materia, la distanza che separa Marx da Keynes. Il pensatore di Treviri ha speso numerose pagine per criticare il sociali-smo utopistico di quegli economisti, come i cosiddetti “socialisti ricardiani” e Proudhon, che pensano di risolvere i mali del capitalismo abolendo la moneta e quindi rendendo immediatamente sociale  il dispendio di forza-lavoro umana e al contempo costruendo una società di mercato e di pro-duttori indipendenti  fondata  sulla teoria del valore ricardiana, interpretata come recisa critica di ogni forma di rendita parassitaria, che include tra le sue forme, più in particolare a parere di Proudhon, il tasso dell’interesse. Tra le tante pagine, il rimando d’obbligo è ovviamente a quelle di  Miseria della filosofia , ma è poi inevitabile andare anche a quelle di  Per la critica dell’economia politica , dei  Lineamenti  fino ad arrivare, naturalmente, al Capitale , primo secondo e terzo libro. Il nocciolo della critica marxiana risiede nella teoria del denaro, che poi è il cuore della riflessione di Marx, come dimostrano la prima e la seconda sezione del primo libro del Capitale . In estrema sintesi, per Marx  sia lo  scambio di merci ,  sia una società capitalista , non possono fare a meno del denaro, una figura molto complessa che implica la determinazione di di-verse forme che assume il tempo di lavoro come misura della ricchezza: equivalente generale, prezzo, moneta, mezzo di scambio, mezzo di tesauriz-zazione, mezzo di pagamento, denaro, capitale, moneta di credito ecc., secondo altrettante precise determinazioni storiche e teoriche ad un tempo a cui Marx dedica numerose pagine. Da questa impostazione l’autore ricava importanti conseguenze analitiche sia per quanto concerne le cause che i rimedi delle crisi. Sarebbe impossibile e comunque superfluo in questa sede richiamare le differenti interpretazioni esistenti, le une votate a sottolineare l’srcine sottoconsumista delle crisi per Marx, le altre invece incentrate a mostrare come esse debbano essere ricondotte, in ultima analisi, alla caduta tenden-ziale del saggio di profitto: bastino quindi solo alcuni cenni, utili ai fini del mio ragionamento. Anzitutto Marx non riconduce affatto le crisi alla sola esistenza della moneta, come se il capitalismo potesse farne a meno, e non ne ascrive la causa ultima all’eccesso di credito: “La superficialità dell’eco-nomia politica risulta fra l’altro nel fatto che essa fa dell’espansione e della contrazione del credito, che sono meri sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale, la causa di quei periodi” (Marx 1867, p. 806 trad. it.). È però indubbio che la moneta e il credito giocano per Marx un ruolo fonda-mentale nella crisi, soprattutto se, come ritengo opportuno, ci si sofferma in modo particolare sulle pagine che Marx dedica alla caduta del saggio del  profitto e si studia il terzo Libro del Capitale : è per superare i limiti del Copyright © FrancoAngeli N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.    152 capitalismo, il cui motore è appunto il saggio di profitto, che dal credito  prendono corpo diverse forme di speculazione, che, prima o poi e attraverso concatenazioni economiche di volta in volta cangianti a seconda delle cir-costanze storiche (Marx descrive diversi decorsi storici delle crisi), fini-scono in crisi generalizzate di liquidità, con relative deflazioni e fallimenti. Infine, il problema della crisi in Marx è parte della discussione di un pro- blema molto più vasto e generale: quello degli strumenti che il capitalismo utilizza, storicamente e individuando altrettante forme che assume il tempo di lavoro come misura della ricchezza, per superare i propri limiti e per ristabilire, al contempo, i presupposti del proprio dominio come modo di  produzione prevalente: un argomento che si traduce nella ricostruzione teorica e storica dello sviluppo del capitalismo e nell’analisi morfologica delle sue tendenze, che comprendono anche le controtendenze economiche e politiche – p. es. l’espansione più o meno violenta e statuale dei mercati – che il capitalismo è in grado di opporre alla caduta del saggio del profitto e al proprio disfacimento come sistema sociale. Si tratta di un argomento talmente vasto da costituire non solo l’andamento dell’intero terzo libro del Capitale , ma da dare vita, dopo la morte di Marx, alla nascita di vere e pro- prie scuole di pensiero, spesso in reciproca polemica e ancor oggi operanti. Per quanto riguarda i rimedi è noto come Marx critichi le pretese di risolvere con riforme finanziarie il problema delle crisi, per quanto egli non simpatizzi affatto per la Currency school  . Più in generale, per Marx “finché  perdura il modo di produzione capitalistico, il capitale produttivo di inte-resse continua a sussistere come una delle sue forme e costituisce di fatto la  base del suo sistema del credito. Solo il medesimo scrittore a sensazione, Proudhon, che voleva lasciare sussistere la produzione di merci e soppri-mere il denaro, ha potuto sognare il mostro di un crèdit gratuit  , questa  presunta realizzazione dei pii desideri della mentalità piccolo borghese” (Marx 1894, p. 757 trad. it). Infine è altrettanto noto che Marx considera la socializzazione (nazio-nalizzazione) del credito un importante strumento per la transizione dal capitalismo al socialismo, come comprovano diverse pagine, da quelle del  Manifesto del Partito comunista  a quelle, ancora una volta, del Capitale 1 . 1  Nelle stesse pagine dove si critica Proudhon e si analizza il contributo dei sansimoniani, che sono all’srcine, come noto, del crédit mobilier  , cioè della cosiddetta  banca mista, Marx osserva: “non v’è dubbio che il sistema creditizio servirà da leva potente durante il passaggio dal modo di produzione capitalistico al modo di produzione del lavoro associato; ma solo come un elemento in connessione con altri grandiosi rivolgimenti organici del modo di produzione stesso” (Marx 1894, p. 757 trad. it.). Copyright © FrancoAngeli N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.    153 4.  È interessante osservare che la gravissima crisi che sta attraversando il capitalismo a livello mondiale ha riproposto, di fatto (e quindi a  prescindere dalle intenzionalità), l’interpretazione proudhoniana, per così dire, del pensiero di Keynes. Vi sono autori, infatti, che ascrivono all’ecces-so di credito, e alla mancata separazione tra moneta e credito – come da classica ricetta delle banche centrali, mi permetto di aggiungere – l’srcine  della crisi, e finiscono, testi di Keynes alla mano, per prospettare il  principio del clearing e l’abolizione dell’interesse, cioè l’abolizione della liquidità – della moneta come mezzo per trasferire ricchezza nel tempo e come strumento di credito – come l’obiettivo perseguibile e realizzabile, nonché improcrastinabile, di una società di mercato mondata  dai mali del capitalismo 2 . Sono tesi che nel lettore italiano, particolarmente attento alle evoluzioni del cosiddetto “Made in Italy” e quindi aduso ad analizzare le  performances delle imprese distrettuali, delle piccole banche “radicate sul territorio”, del multiforme mondo dell’imprenditorialità no-profit, sono tesi, dicevo, che potrebbero suggerire l’idea di una “finanza sana” in grado di riconnettere in modo virtuoso, cioè non speculativo (magari ri-territo-rializzando imprese per lungo tempo de-localizzate), risparmi e investi-menti. In punta di dottrina verrebbe da osservare che si tratterebbe di un fermento ideale e industriale che potrebbe essere interpretato quasi come una novella incarnazione di quelli che Marx definiva, con un’intenzionalità  polemica che ora non è mio scopo resuscitare, gli ideali “piccolo-borghesi” del socialismo utopistico à la  Proudhon, che, come diversi “socialisti utopisti”, vagheggiava l’ideale di una società fondata su piccoli produttori indipendenti. Ora, di fronte alle interpretazioni proudhoniane di Keynes è forse 2  Cfr. Amato M., Fantacci L. (2009),  passim ; per un passo chiave cfr. le pp. 60-61, 290; anche la crisi del ’29 è ricondotta a un eccesso di liquidità: cfr. p. 190. L’analisi teorica e storica dei due autori finisce in questi termini: “La ‘soluzione’ al dilemma della liquidità è consistita, in tutta la sua storia, nel subordinare sistematicamente l’istanza della stabilità all’istanza della crescita: o, ancora più precisamente, a subordinare l’istanza della pagabilità dei debiti all’istanza dell’espandibilità indefinita del credito” (p. 258). “Là dove la moneta è quella merce che non costa niente produrre, e che è dunque costruita in modo tale che ce ne  possa essere sempre di più, l’unico limite e l’unica misura della crescita e delle sua ‘sostenibilità’ diviene, in maniera insopportabile, la crisi stessa” (p. 269). Cfr. anche le seguenti antologie di Keynes curate da Fantacci: Keynes (2011 e 2010). Keynes scrive: “l’opinione che la creazione di credito da parte del sistema bancario permetta di realizzare un investimento senza un corrispondente risparmio ‘genuino’ è dovuta soltanto all’isolare una delle conseguenze dell’aumento del credito bancario, escludendo le altre. Se il credito  bancario concesso ad un imprenditore, in aggiunta ai crediti già esistenti, gli consente di effettuare un aumento dei suoi investimenti correnti che non si sarebbe verificato altrimenti, i redditi saranno necessariamente aumentati, e per un ammontare, per unità di tempo, che di norma  supererà il maggiore investimento per unità di tempo” (Keynes 1936, p. 224 trad. it.). Copyright © FrancoAngeli N.B: Copia ad uso personale. È vietata la riproduzione (totale o parziale) dell’opera con qualsiasi mezzo effettuata e la sua messa a disposizione di terzi, sia in forma gratuita sia a pagamento.
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