Google, la bibliografia e l'attenzione

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  Google, la bibliografia e l'attenzione pubblicato da Le parole e le cose - http://www.leparoleelecose.it/?p=4357 Google, la bibliografia e l'attenzione di Massimo Mastrogregori Il grande accademico, che ha promosso l'incontro sulla crisi della disciplina storica nel nostro tempo, mi ascoltacon apparente attenzione. Sto parlando del diluvio di libri, articoli, riviste, convegni di storia che si abbatte ognianno sul pubblico. Non mi sembra che ci sia questa grande crisi della disciplina. E quando accenno alla difficoltàdi informare i lettori su questa immane produzione, alla fatica di creare una specie di mappa del sapere storicoche si produce – che poi è il compito che mi fu richiesto di svolgere quindici anni fa, come nuovo direttore della«International bibliography of historical sciences», pubblicata annualmente dal 1930 – ecco che l'accademicoreagisce, fa un cenno alla sua assistente: dobbiamo assolutamente procurarci quest'opera per la biblioteca, ledice. È strano però, in quel momento gli sfugge che quell'opera è già in biblioteca, dal 1930.Ogni discorso realistico sull'eccesso di testi e di immagini deve fare i conti con la questione dell'attenzione.Nabokov sosteneva che la realtà è una questione di gradi e di profondità. Un giglio è più reale per un botanicoche per un fioraio, ed è ancora più reale per un botanico specialista dei gigli. La diversa esperienza delle coseconduce a gradi diversi della stessa realtà, «vera per tutti e diversa per ciascuno» (Proust). Dunque la situazionenormale – anche, per esempio, quando si producono testi o immagini per un pubblico – è il dislivello di realtà. Chesi approfondisce e si complica a causa dei limiti dell'attenzione: distrazione, noia, impazienza, pigrizia, per nonparlare di avversione e disprezzo. La sovrapposizione, o comunicazione, degli smisurati universi reali checiascuno di noi tende a creare è perciò minima. Anche la scrittura e la lettura si svolgono in una zona d'ombra,dominata da fraintendimenti ed equivoci, e regolata da una specie di indifferenza operativa: non siamo in grado didissipare i continui malintesi e comunque non perdiamo tempo a provarci. Vastissimo è il regno del non detto edel mai chiarito.I libri appena pubblicati, presenti nelle vetrine dei librai, o perfino in mano o sotto gli occhi di lettori che li hannoappena acquistati, sono molto meno visibili reali e presenti di quanto gli autori si illudono che siano. E lo stessovale per la voce che parla in un microfono, amplificata davanti a un pubblico: è infinitamente meno limpida edascoltabile di quanto chi parla s'illude che sia. Tra autori e pubblico è ovvio presupporre sempre una spessa coltrenebbiosa di disattenzione.Quindi il grosso problema – se vogliamo parlare della giungla di testi e di immagini in cui ci troviamo immersi –riguarda più il pubblico che gli autori. È l'endemica, costituzionale, irrimediabile mancanza di attenzione delpubblico. Non mancano però i tentativi di arginare il fenomeno delle letture rapaci. L'attenzione viene concentratacosì su alcuni autori, chiusi in riserve indiane filologiche. I loro testi diventano illimitatamente significativi; leprofondità delle loro opere sono esplorate minuziosamente; una luce piena è proiettata su di esse; un intenso,inesauribile movimento produce risultati ambivalenti, forse contraddittori: da una parte testi canonici in editio ne varietur  , dall'altra il continuo smontaggio delle forme a partire dai vari strati della composizione (gli scartafacci, imanoscritti, gli abbozzi). Ma è l'attenzione stessa – religiosa, professionale, retribuita – che alimenta lacontraddizione. E che fa di un autore un' auctoritas  , un'autorità. pagina 1 / 2  Google, la bibliografia e l'attenzione pubblicato da Le parole e le cose - http://www.leparoleelecose.it/?p=4357Ecco, però, che nella riserva indiana filologica, tra l'autore e il pubblico disattento si è incuneata una figuradiversa, a imporre attenzione, a creare l'autorità, a suscitare reverenza automatica: il custode del canone, l'editorescientifico, il commentatore perpetuo. Ciò attira la nostra attenzione sul ruolo giocato dai mediatori, anche fuoridalle riserve indiane. Sono loro i veri padroni della terra di nessuno tra autori e pubblico. Degli autori se neinfischiano abbastanza: la loro missione è attirare, canalizzare, finalizzare le scarse attenzioni del pubblico. Equindi costruiscono piedistalli, tribune, tavole rotonde, testate, marchi di qualità, luoghi prestigiosi che accreditanogli autori. In un certo senso li creano come autori per il pubblico e li segnalano, nello stesso modo in cui i grandisegnali verdi indicano dove andare alle automobili lanciate sulle autostrade. Così l'attenzione residua non è piùlibera di fluttuare, di disperdersi.Più in generale, i mediatori esercitano la loro funzione decisiva in vari modi. Alcuni sfruttano una posizioneegemonica «naturale» nel campo dell'attenzione (genitori, maestri, traduttori, giudici, inquisitori). Altri se laconquistano, sono intraprendenti, spregiudicati, ci guadagnano sopra (a volte cifre colossali).L'essenziale è che questi ultimi mediatori siano percepiti come moderni, realizatori di cose nuove. Essi in effettifondano il loro prestigio proprio sulla novità, come nel Quattrocento gli stampatori rispetto ai copisti. E in genere siassicurano rapidamente il dominio delle novità tecniche, come Berlusconi con le televisioni private italiane, allametà degli anni '70.Negli ultimi cinquant'anni abbiamo visto estendersi in modo progressivo lo spazio dei mediatori, grazie astraordinarie innovazioni, come la televisione e internet. Ciò ha prodotto uno straordinario accrescimento deicontenuti disponibili, immagini e testi. Nel caso della televisione, si è trattato di contenuti nuovi e di retorichenuove, prontamente incrociate con altre di natura diversa e altrettanto nuove (la pubblicità per esempio). Nel casodi internet, ai (pochi) contenuti nuovi si sono affiancati quelli vecchi, duplicati nel mezzo nuovo – quindi, almenotendenzialmente, tutto l'universo dei contenuti "mediati" dalla stampa negli ultimi sette secoli, libri riviste e giornali,riproposto sugli schermi del computer.In un certo senso si è ripetuto, in scala enormemente maggiore, quanto è successo con l'avvento della stampa,che riprendeva e diffondeva i contenuti manoscritti. Però con una significativa differenza. Mentre l'universo creatodalla stampa possedeva una serie di mappe concettuali, come le bibliothecae  o bibliografie selettive di ConradGesner o Antonio Possevino – e quindi una descrizione culturale dello spazio occupato dai mediatori – l'universocreato da internet possiede Google, che non è una mappa, e non è una descrizione culturale, ma una viad'accesso ultrarapida alla lettera dei testi presenti sul web, per di più costruita per canalizzare informazioni versoaltri mondi, come quello del commercio e della pubblicità (e non solo). Semmai, Google ha la tendenza adescrivere non tanto l'universo dei contenuti su internet, quanto la realtà stessa, di cui offre porzioni limitate visibili(maps, satellite). Aggiungete che la realtà stessa, mediata dai social networks, per esempio, tende a duplicarsinella rete. Nell'ombra, intravediamo mediatori interessati alla decifrazione automatica della realtà duplicata suglischermi (Google analytics, per esempio).Scomparsa la descrizione culturale dello spazio che i mediatori occupano per attirare e dirigere l'attenzione delpubblico, minore è la possibilità di stabilire quanto la loro occupazione - la loro egemonia sull'attenzione - siaabusiva. Per tornare all'esempio dei testi canonici e delle autorità, senza descrizione culturale non si può stabilirese un'opera appartiene al canone perché è giusto che sia così, o se sembra giusto che vi appartenga perché cosìè stato stabilito dai mediatori.La tesi che la scomparsa delle bibliografie abbia un'importanza tanto grande può sembrare curiosa. Ma è diquesto che si tratta: della sostituzione della mappa, o della carta geografica, con il gps ( global positioning system  ). Quando usiamo la prima, dobbiamo sapere dove siamo, collocarci sulla carta. Quando usiamo ilsecondo, ciò non è necessario: il satellite sa dove siamo, anche se noi non lo sappiamo. Pensato per i deserti,oggi lo strumento è usato nelle città.[Immagine: Google (gm)]. Pwred by TCPD (wwwtcpdf.org) pagina 2 / 2
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